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Guida alla lettura del libro
Secondo una recente statistica, 5 italiani su 10 hanno un parente o un amico stretto che vive stabilmente all'estero. È la spia luminosa che ci ricorda quanto l'emigrazione abbia inciso nella vita del popolo italiano. L'emigrazione è stato il problema sociale più importante e drammatico dell'Italia. Tuttavia la cultura ufficiale lo ha "occultato" per più di cent'anni. Anche i testi scolastici vi hanno dedicato poche righe. Lʼemigrazione italiana: il più grande esodo di un popolo nella storia moderna" è il primo libro destinato al grande pubblico che documenta, in termini rigorosamente storici, per quali motivi e in quali condizioni milioni di italiani hanno lasciato la Penisola. Per aiutare i lettori (insegnanti, studenti, famiglie...) abbiamo preparato una "Guida" che renderà più facile utilizzare il libro.
Guida alla lettura del libro L'emigrazione è sempre presente nella vita della Penisola Limitata, occasionale, ma significativa. Un tempo erano gli artisti che emigravano: pittori, scultori, architetti. Hanno lasciato in tutta l'Europa il segno del loro passaggio. Si muovevano commercianti, navigatori, missionari, ingegneri, compagnie teatrali, saltimbanchi... (Pag. 37-38).
Nell'800 (secolo di guerre e di rivoluzioni) l'emigrazione cambia volto - C'è un'emigrazione politica: dopo ogni insurrezione molti si rifugiano all'estero. Quando Mazzini fonda la "Giovane Italia" (1831), si trova profugo a Marsiglia. (Pag. 43). - C'è un'emigrazione avventurosa: l'America è un immenso continente vuoto che accende la fantasia dei poveri e degli avventurieri. Nel 1860, lungo il Rio della Plata, tra l'Argentina e l'Uruguay, ci sono già 100.000 italiani. È là che si trova Garibaldi quando riceve l'appello dei patrioti italiani e si imbarca verso la Penisola insieme a 50 camicie rosse. - C'è un'emigrazione stagionale, a ridosso delle Alpi. Sono soprattutto i contadini del Veneto e della Lombardia che vanno a "fare la stagione" al di là delle montagne. La gente si sposta spesso a piedi, per decine e centinaia di chilometri...
L'emigrazione moderna (famiglie che si trasferiscono in forma stabile in altri Paesi) incomincia in Europa nel 1840 Nella Penisola inizia con vent'anni di ritardo, in coincidenza con la nascita dell'Italia. Partono per primi i piccoli proprietari, i mezzadri: sono i segni di una crisi che investirà, per molti decenni, le società rurali. Le partenze sono favorite dall'Argentina che offre, a chi arriva, terre gratis. (Pag. 43)
Tutta l'Europa emigra Non si capisce l'emigrazione italiana se si ignora che essa è parte della colossale trasmigrazione che ha portato nell'Ottocento circa 60 milioni di europei al di là dell'Oceano. Questo movimento tumultuoso è sollecitato da quattro grandi forze: - L'aumento della popolazione. In un secolo l'Europa passa da 187 milioni a più di 400 milioni di abitanti. Il vecchio continente esplode... (Pag. 34-36). - L'abolizione delle terre comuni. Un tempo i contadini poveri potevano utilizzare terreni che appartenevano alla Chiesa o ai Comuni. Ora questi terreni non esistono più. Ai poveri non rimane che rifugiarsi nelle città o emigrare. (Pag. 37-38) - L'arrivo dell'industrializzazione. Cambia il volto della società. Nascono nuove città, le ferrovie accorciano le distanze, arrivano le macchine. Il mercato internazionale del lavoro sposta milioni di persone al di là dell'Atlantico. (Pag. 35-36). - La crisi delle campagne. Nasce una nuova organizzazione agricola, con grandi mercati aperti alla concorrenza. È la fine delle antiche società rurali. Milioni di contadini si avviano verso i porti di imbarco.
II caso italiano Al momento dell'unificazione (1861) l'Italia è un Paese in ritardo. Lo Stato è fragile; il Paese diviso da contrasti e paure. La vita è durissima. (Pag. 9-46) Tuttavia, sia pure lentamente, il Paese avanza. Anche dalle campagne (anche dal Sud) arrivano segnali positivi. L'emigrazione è presente, ma in misura contenuta. Poi, improvvisa (1873/74), la grande crisi. Arrivano le prime navi a vapore: l'America e la Russia scaricano in Europa le loro derrate a prezzi allettanti. L'agricoltura europea stenta a reggere alla concorrenza; quella italiana, più fragile, crolla. L'emigrazione registra un balzo in avanti. È in questo periodo che nasce e si sviluppa la prima grande migrazione dell'Italia settentrionale (Pag. 69-87).
Alcuni motivi di riflessione - A differenza di altri Paesi, in Italia lo sciopero è proibito: chi vi prende parte è punito con il carcere. I lavoratori italiani hanno solo due alternative: ribellarsi o emigrare. - Quando Francesco Saverio Nitti scrive: "Fino a una ventina di anni fa, nel Mezzogiorno, chi si trovava in queste condizioni si dava al brigantaggio. Ora emigra...", illumina un panorama tragico e spiega le origini di molte partenze. (Pag. 151-152). - Quando si parla di Sicilia ancora molto feudale pochi avvertono che quelle catene soffocanti potevano essere infrante solo emigrando. (Pag. 24-27). - Il movimento operaio muove i primi passi ed è condizionato da una forte corrente anarchica. La sua influenza è limitata. I poveri non trovano alcuna protezione nelle istituzioni. (Pag. 30-31). - La campagna non si rinnova: si emigra. Specie nel Sud sono i proprietari delle terre che si impongono. Più che l'interesse, li guida la paura.
Che fa il Governo? È un governo che non interviene: la sua dottrina è che spetta alla libera legge del mercato regolare la vita dei popoli. È convinto inoltre che l'emigrazione sia un disordine passeggero e si limita ad ostacolare le partenze. (Pag. 66).
Gli industriali fanno sentire la loro voce L'industria muove i primi passi. Come in tutti i Paesi, anche gli industriali italiani chiedono che il Governo li protegga dalla concorrenza. (Pag. 62) In un Paese dove l''agricoltura è in difficoltà, l'industria appare già come una forza vincente.
Arrivano i reclutatori L'America Latina cerca manodopera in Europa; la Penisola è percorsa da "reclutatori" a caccia di famiglie da avviare oltre Oceano. Le illusioni sono molte; gli imbrogli moltissimi. Nel 1887 i reclutatori saranno riconosciuti ufficialmente. La loro azione sarà nefasta. (Pag. 58-59).
1876: l'anno del cambiamento Cade la Destra storica, quella che ha fatto l'Italia: arriva al potere la Sinistra. L'Italia diventa spendacciona: si carica sulle spalle un debito enorme che renderà difficile, per molti anni, affrontare le riforme sociali. Insegue sogni di grandezza e affronta guerre coloniali che finiscono in tragedia.
La scelta di un grande Vescovo Sono ormai 100.000 ogni anno gli italiani che emigrano. Le partenze avvengono in un clima di scandalosa indifferenza. È Mons. Scalabrini che interviene. Le sue iniziative a favore degli emigrati (non solo italiani) gli meritano riconoscenza e ammirazione. (Pag. 99-147).
Una dura guerra doganale. Sono ancora gli industriali che chiedono al Governo tariffe doganali di protezione (1887). La Francia si sente danneggiata e per ritorsione aumenta le sue tariffe. Le conseguenze per l'agricoltura italiana sono gravissime; il Mezzogiorno, già in difficoltà, finisce in ginocchio. Non si riprenderà più. L'emigrazione spopola intere regioni: Lucania, Basilicata, Sicilia, Veneto... (Pag. 58-59).
L'esempio della Germania È un esempio illuminante. Anche la grande Germania aveva, in quegli anni, una forte emigrazione, ma i cittadini tedeschi partivano nell'ordine. Sapevano dove dovevano andare. Erano informati e guidati… Venivano mandati solo dove la terra era buona e dove gli emigrati erano protetti, lasciando agli altri (agli italiani, appunto...) i posti più difficili. Quella italiana era un'emigrazione senza guida, allo sbando. Era nelle mani degli altri. (Pag. 99).
Tre cifre spaventose II bilancio pubblico è fissato in modo rigido: il 44% serve a pagare i debiti; il 37% è destinato all'Esercito e alla Marina. Non rimane quasi nulla per scuole, ospedali, strade, ferrovie, dipendenti dello Stato, assistenza pubblica, pensioni, emigrazione… (Pag. 168).
La grande follia militare L'Italia è un Paese povero, oppresso da debiti, ancora fragile nelle strutture. E tuttavia mantiene un esercito di 430.000 uomini, più numeroso di quello austriaco, superiore a quello dell'immenso impero britannico. Per alimentarlo, lo Stato risparmia su tutto... (Pag. 174-176).
Una miscela esplosiva Ora il quadro è completo: i "nodi" che spiegano l'emigrazione italiana sono tutti presenti. Si capisce finalmente perché centinaia di migliaia di persone si allontanano ogni anno dalla Penisola.
É un emigrato che uccide il Re d'Italia: viene apposta dall'America, per vendicare un popolo umiliato, preso a cannonate... (Pag. 196-197).
É un emigrato l'inventore del telefono. Poteva diventare ricchissimo; rimane invece miserabile, quasi il simbolo della povertà che ha condannato molti italiani all'estero all'emarginazione (Pag. 194-195).
La prima legge sull'emigrazione arriva nel 1901. È una buona legge, ma arriva in ritardo. I suoi effetti sono limitati. L'emigrazione è oramai un fiume tumultuoso. Nessun intervento riuscirà più a disciplinarlo. (Pag. 197-200).
Ancora un Vescovo, Mons. Bonomelli, da vita ad un'Opera, formata da sacerdoti e da laici, per l'assistenza agli emigrati in Europa e nel Medio Oriente. (Pag. 209-213).
II "Miracolo economico" italiano L'Italia era già, nei primi anni del '900, la settima potenza industriale del mondo. Era il Paese più dinamico d'Europa; il tasso di incremento del commercio estero era superiore a quello della Germania e dell'Inghilterra. E tuttavia proprio questo "miracolo" mostra i segni di una crescita sbagliata. Lo Stato è assente; è la "razza padrona" che guida la corsa. L'industria si sviluppa troppo rispetto alle esigenze del Paese. Cresce tutta al Nord; cresce devastando l'agricoltura, condannando ancora una volta il Mezzogiorno. Cresce sulla pelle degli emigrati. Le fabbriche si moltiplicano e l'emigrazione aumenta. Gli emigrati erano 300.000 nel 1900; sono 400.00 nel 1905; 500.000 nel 1908. Diventeranno 900.000 nel 1913: una valanga. Altri Paesi, industrializzandosi, avevano sconfitto l'emigrazione. In Italia l'industria, invece di frenare le partenze, le alimenta. L'emigrazione, che per altri Paesi è stata semplicemente una dura esperienza, per l'Italia si trasforma in una umiliante sconfitta sociale e civile... (Pag. 228-230)
Arrivano gli stranieri É il nuovo volto dell'emigrazione. Una volta erano i "nostri" che partivano; ora sono gli stranieri che cercano nella Penisola un posto di lavoro e un gesto di solidarietà. L'Italia è cresciuta; come tutti i Paesi industrializzati, ha bisogno di loro. La presenza degli stranieri sarà, nei prossimi anni, il problema sociale più importante e drammatico dell'Italia. Potrà rendere il Paese migliore o più barbaro. Mons. Scalabrini insegna agli italiani, già messi alla prova dall'emigrazione, che solo amando gli immigrati potranno salvarsi. (Pag. 283-286)
L'emigrazione vista con gli occhi di Mussolini. L'avvenimento più importante che si è verificato in Italia alla fine della prima guerra mondiale è l'arrivo al potere di Mussolini. Il suo governo è durato complessivamente 23 anni. L'emigrazione ne ha subito tutti i contraccolpi, spesso drammatici. La politica migratoria del fascismo ha avuto due momenti distinti. Il primo periodo (dal 1922 al 1926, nel quale ha seguito il solco tracciato dai governi precedenti. Dal 1926 cambia la "filosofia" dell'emigrazione, non più vista come fenomeno di miseria, ma come politica di forza. L'emigrazione diventa, di fatto, parte della politica estera dell'Italia. Mussolini aveva orrore delle "culle vuote", che si registravano soprattutto in Francia ed in Inghilterra. Erano per lui il segno della decadenza della razza bianca che aveva esaurito il suo ruolo nella storia. Egli credeva nella vitalità del popolo italiano; era convinto che nella Penisola ci fosse posto per altri milioni di cittadini. Offriva un premio alle madri che si trovavano all'estero, se rientravano in Italia perché i figli nascessero "italiani". L'Italia, priva di materie prime, aveva un'unica arma a disposizione per far valere i propri diritti: la prolificità della sua popolazione. Mussolini puntava su quest'arma per portare avanti la sua politica di potenza. Quando si sentirà pronto si lancerà verso le imprese africane, riproponendo l'emigrazione sotto forma di colonizzazione, secondo il mito del "posto al sole" caro ai nazionalisti. (Pag. 249-251).
Donne in emigrazione Nel primo periodo la partecipazione delle donne al- l'emigrazione è stata minoritaria. Erano presenti in gran numero quando i nuclei familiari partivano al completo, ma il più delle volte rimanevano a casa. Toccava a loro "custodire il focolare". Portavano il doppio peso del- l'educazione dei fi gli e del lavoro dei campi. Dipende- vano interamente dal marito, dai risparmi che spediva a casa, non sempre regolarmente. Una vita faticosissima. Giustamente gli studiosi, quando affrontavano questo problema, usavano espressioni come "eroismo" e "san- tità". Le cose sono cambiate dopo la prima guerra mondiale. A partire dal 1920, infatti, donne e ragazze hanno in- cominciato a muoversi da sole. Cercavano lavoro nelle fabbriche tessili di Como e del Biellese, poi chiamava- no i fratelli ed i genitori e le famiglie si insediavano sul posto. Questa emigrazione femminile è diventata, nel giro di pochi anni, un movimento forte, tanto da supera- re quella degli uomini. La società è cambiata, la famiglia pure. É l'emigrazione che rivela la trasformazione. La donna esce dal guscio e si incammina, senza esitazione, lungo le strade del- l'esodo. Tre luoghi ci aiutano a capire il ruolo storico che le don- ne hanno svolto in emigrazione: il Belgio, la Svizzera e il Canada. I nostri lettori troveranno nel testo pagine appassionanti, cariche di sofferenza e di saggezza, che non dimenticheranno mai più. (Pag. 257.58.59.61.63).
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